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TEMI: WELFARE
Al workshop "Proposte operative per sviluppare l’integrazione tra sociale e sanitario nelle Case della Comunità in Lombardia", promosso da ANCI Lombardia e dall'Istituto Mario Negri, dopo l’intervento di apertura del Presidente di ANCI Lombardia Mauro Guerra, ha preso la parola Giuseppe Remuzzi, Direttore dell’Istituto Mario Negri, che ha considerato come “quando sentiamo parlare di servizio sanitario nazionale, sentiamo che non vanno bene le liste d'attesa, che non vanno bene le Case della Comunità, che non ci sono abbastanza soldi, che non ci sono i medici, che non ci sono gli infermieri. Anche i politici, di una parte e dell’altra, ci fanno vedere tutte le cose che vanno male nella sanità. Non si sente però dire che cosa bisognerebbe fare. Oggi qui, con questo evento, voi state dicendo che cosa si dovrebbe fare, e questa, secondo me, è una cosa straordinaria, poiché si è capito che è inutile affrontare il problema delle liste d'attesa se non si affronta il problema della medicina del territorio”. Remuzzi ha poi sottolineato il ruolo delle Case della Comunità, osservando che “i piccoli ospedali devono diventare ospedali degli infermieri, dentro strutture che ci sono già, e quindi non si deve costruire niente, ci sono già le apparecchiature, c'è tutto e gli infermieri fanno tutto. Basta aver voglia di far funzionare quello che c'è”. Infine, un affondo sul territorio, evidenziando che, fino a ora il problema della riforma è stato l’aver proceduto “senza i Sindaci, senza gli assistenti sociali, senza le persone dei servizi sociali del territorio, senza gli infermieri che vanno a casa”. Per Remuzzi “l'ambito sociale e quello sanitario vanno progettati insieme e il ruolo dei Sindaci è fondamentale”, pertanto “devono entrare come attori del sistema”.
Le proposte di lavoro
L’evento è proseguito con la presentazione delle proposte elaborate dai gruppi di lavoro.
Fulvio Lonati ha illustrato il dossier “Le condizioni indispensabili per l’integrazione tra sociale e sanitario e la territorializzazione dei servizi per la salute e il benessere”; il report “I meccanismi operativi irrinunciabili” è stato presentato da Simonetta Di Meo; Antonio Muscolino ha parlato de “Le leve gestionali fondamentali”; mentre il tema “Cosa fare, considerato che il completo raggiungimento delle indicazioni del DM77 risulta oggettivamente molto problematico, in particolare per la carenza di personale e per l’attivazione progressiva delle Case della Comunità” è stato approfondito da Annamaria Di Bartolo.
Il punto di vista delle istituzioni
Il workshop ha quindi messo a confronto i rappresentanti delle istituzioni, in un panel guidato da Anna Meraviglia, Coordinatrice del Dipartimento Welfare di Comunità di ANCI Lombardia, che ha voluto partire analizzando il tema “dell'integrazione e della governance, poiché abbiamo evidenziato la necessità di disegnare una governance territoriale e dei meccanismi di governance territoriali che siano strutturati, multilivello, chiari, stabili e formalizzati”. Per Meraviglia “c'è quindi il tema della ricomposizione della governance” e di questo ha voluto chiedere a Massimo Giupponi, Direttore dell’Agenzia di Tutela della Salute di Bergamo e Presidente di ANCI Lombardia Salute, come l'Ats può supportare la definizione e la costruzione di una governance territoriale, promuovendo al contempo il fatto di dover sostenere concretamente processi territoriali di integrazione tra sociale e sanitario.
Giupponi ha considerato che “l'Ats ha un ruolo fondamentale con il Collegio dei Sindaci, un livello apicale che coordina la parte sanitaria e socio-sanitaria, e, sui territori, questi due soggetti hanno la responsabilità di implementare tutte le riflessioni che stiamo facendo. Il lavoro non è facile, evidentemente, anche perché, per esempio dal punto di vista organizzativo, abbiamo due strutture molto diverse l'uno dall'altra”.
Secondo a intervenire, Enrico Frisone, Direttore Socio Sanitario dell’Azienda Socio-Sanitaria Territoriale Fatebenefratelli Sacco, sollecitato in merito al coordinamento tra quanto sta dentro e quanto fuori quello dalle Case della Comunità per capire come connettere i servizi e le prestazioni, portando come esempio quanto realizzato nel territorio milanese.
Ornella Casati, Direttore del Distretto Socio-Sanitario e Casa della Comunità del Municipio 9 dell’Asst Niguarda, ha calato le riflessioni in merito al cambiamento e alle modifiche nel territorio considerando la variabile temporale necessaria alla formazione e all’adeguamento delle strutture.
Dall’Ambito Territoriale Sociale di Magenta, Carla Dessi ha sottolineato la necessità di “un'attenzione verso una migliore chiarezza rispetto a ruoli e funzioni degli operatori e dei professionisti", pertanto, "va presidiato il lavoro nel territorio, nella comunità, appunto”.
Gianni Rossoni, Sindaco di Offanengo e Presidente del Consiglio delle Autonomie Locali, è intervenuto sulla realizzazione di equipe di microaree e sul ruolo dei Sindaci rispetto al confronto nelle sedi di rappresentanza. “Se consideriamo il territorio come infrastruttura di integrazione, allora realizzare le microaree vuol dire valorizzare figure come i medici di base, caregiver, pediatri, e altro cercando di creare equipe multidisciplinari che accompagnino la persona. Se crediamo che il tema centrale sia accompagnare il cittadino, allora questa è la soluzione, che diventa un linguaggio di cui uno si appropria per costruire anche la coprogettazione e la co-programmazione. Se vogliamo veramente che il territorio sia integrazione questa è la soluzione.
Il punto di vista regionale
Sara Santagostino, Presidente del Dipartimento Welfare di Comunità di ANCI Lombardia, ha moderato le riflessioni che hanno chiamato in causa il contesto regionale.
Nell’introduzione del panel è stato letto un messaggio inviato dall’Assessore regionale al welfare, Elena Lucchini, che ha evidenziato come “il rafforzamento dell'integrazione tra sociale e sanitario rappresenta una delle priorità dell'azione di Regione Lombardia, nella consapevolezza che solo attraverso un approccio realmente integrato sia possibile garantire risposte efficaci, appropriate e vicine ai bisogni delle persone, delle famiglie e delle comunità. In questo quadro le Case della Comunità costituiscono un presidio fondamentale per costruire un modello di welfare territoriale più accessibile, inclusivo e capace di intercettare precocemente le fragilità. Il contributo che emerge dal lavoro dei laboratori, frutto di un confronto ampio e qualificato tra Istituzioni, operatori e terzo settore, rappresenta un patrimonio di grande rilevanza per orientare le future politiche regionali. Regione Lombardia guarda con grande attenzione a queste esperienze nella convinzione che il dialogo tra i diversi livelli istituzionali tra pubblico e privato sociale sia la chiave per affrontare in modo strutturale le sfide attuali e future del sistema socio-sanitario.
È quindi intervenuta la Dirigente per la Direzione Generale Welfare di Regione Lombardia, Clara Sabatini, che ha consiederato come le proposte emerse dal workshop “sono estremamente significative e possono essere indubbiamente valorizzate per definire un modello di attuazione di tutto quello che è di livello regionale”, continuando con l’auspicio di riuscire ad “arrivare a definire un modello lombardo di funzionamento delle Case di Comunità”.
Di seguito Francesco Maria Foti, Direttore Generale Famiglia, Solidarietà sociale, Disabilità e Pari Opportunità di Regione Lombardia, ha condiviso il giudizio positivo sulle conclusioni a cui sono giunti i gruppi di lavoro, sostenendo che “il passo avanti che occorre fare, come amministrazione regionale, è cercare di capire quali sono le priorità”, nella consapevolezza che oggi “il livello è unico, è articolato, ma il livello è unico perché la massa delle questioni, la massa dei problemi, qualcuno diceva la poliarchia dei centri di interesse, cioè tanti soggetti e tanti organismi che abbiamo creato e che operano sui territori, ormai ci obbligano a lavorare insieme. Credo che il modello verticale della regione, che dà gli indirizzi e tutti gli altri che attuano, ormai ha segnato il tempo”.
Conclusioni
Santagostino, ha concluso i lavori rivolgendosi a tutti i presenti considerando che “oggi siamo nella stessa tempesta, ma da oggi siamo necessariamente sulla stessa nave, perché se vogliamo raggiungere i risultati di cui abbiamo parlato oggi, dobbiamo cominciare a riconoscerci attori protagonisti o marinai protagonisti che devono affrontare la stessa tempesta dalla stessa nave e non da navi diverse. Ringrazio per il lavoro, per la costanza e per l'apporto che ciascuno dei 120 e più che hanno partecipato ai laboratori. Il welfare è il welfare di comunità, quando abbiamo a che fare con delle persone sappiamo che a volte le incontriamo perché ci portano un bisogno, una fragilità, ma sappiamo anche che possiamo incontrare delle persone che all'interno della stessa fragilità portano un potenziale. Allora dobbiamo essere capaci di ragionare di welfare collaborativo, di welfare in azione, di welfare rigenerativo, ma stando all'interno del welfare di comunità”.
Guardando all’orizzonte, Santagostino ha osservato che “sicuramente ci sono una serie di sfide che dovremo affrontare”, e “dobbiamo davvero fare in modo che il tema della governance, il tema del coordinamento, il tema del riconoscimento reciproco siano i temi che insieme affrontiamo e osserviamo nei prossimi mesi, perché sicuramente oggi è un momento di restituzione, ma non è un momento finale”.
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