DA TREMEZZO AL FUTURO
TEMI: WELFARE
La relazione del Presidente di Anci Lombardia, Mauro Guerra, di sabato 31 ottobre.
Benvenute, bentornate e bentornati a chi ha partecipato alla giornata di ieri. Benvenuto, naturalmente, signor Prefetto; Presidente della Provincia. E benvenuti a tutti coloro che si sono avvicinati oggi a questo nostro convegno.
Consentitemi un ringraziamento a Paolo De Santis. Ha accolto subito, quando gli avevo comunicato quest'idea, la possibilità di consentirci di tornare in questo luogo a ragionare di welfare, a ragionare dello Stato sociale, a fare i conti con la nostra realtà. Ha messo a disposizione l'apparato organizzativo.
Parto però da quelle tre settimane del 1946. Tre settimane non sono una cosa abituale per mettersi a ragionare di politica, di società, di organizzazioni. Sono il segno di una volontà e di un respiro lungo della politica; della capacità e della volontà di conoscere le cose, di capirle, di interrogarsi, di confrontarsi.
Quel convegno non fu affatto un appuntamento unanimemente condiviso. C'erano posizioni diverse, valutazioni differenti su ciò che era accaduto prima, sul Ventennio, su come uscire da quella vicenda della dittatura. Erano rappresentate culture che si erano unite nella Resistenza, ma che avevano matrici culturali, ideologiche e sociali molto diverse. Tutte le culture che poi avrebbero fondato la Costituzione del nostro Paese.
Eppure si scelse di confrontarsi davvero, di prendersi sul serio. Una cosa che farebbe tanto bene anche alla politica di oggi. È il contrario del presentismo: del giocare a conquistare i like, del muoversi sulla base del sondaggio del giorno e dell'orientare spesso le scelte in funzione del consenso immediato.
Da quel ragionamento, e devo dire da tutto ciò che ho respirato ieri, mi è sembrato che sia tornata un po' quell'aria. Sarà l'aria di questo territorio, che aiuta a fare i conti con le cose e a farli confrontandosi apertamente, ma con grande impegno.
Chiudo questa parte ricordando una considerazione. È stato citato ieri, in uno degli interventi, il passaggio nel quale Chiabov, uno dei partecipanti, relatori e organizzatori di quel convegno, disse una cosa di questo tipo: "Come è stata possibile una sorta di unione sacra contro il nazifascismo, deve essere possibile costruirne una contro la povertà".
Credo che questa sia una delle sfide che abbiamo davanti.
Nel 1946 sapevano bene da dove venivano: da una dittatura, dall'occupazione nazista, dalla guerra, da una condizione di povertà diffusa e da un Paese da ricostruire. Ma avevano anche chiaro ciò che volevano costruire: la libertà; la pace, come precondizione della libertà e della democrazia; la costruzione di organizzazioni internazionali; il ruolo delle Nazioni Unite; la cooperazione; l'avvio della costruzione dell'Unione Europea; la democrazia rappresentativa come sistema politico articolato in una Repubblica fatta non solo di istituzioni, ma anche di corpi intermedi, forze sociali, autonomie e sussidiarietà.
Qualcuno, in quel convegno, parlò di "unitarietà organica". È importante ricordare che quei lavori si svolgevano mentre iniziavano quelli dell'Assemblea Costituente. Negli ottant'anni della Repubblica possiamo dire che da quel confronto arrivò un contributo importante, poi recepito nella Costituzione.
La prima questione, ribadita anche ieri, è la dignità sociale. Uguaglianza, costruzione della dignità sociale e salvaguardia dei diritti come infrastrutture della democrazia. Perché dignità sociale, uguaglianza e garanzia dei diritti sociali danno corpo e sostanza alle regole formali della democrazia. Le une sono indispensabili alle altre.
Le regole disegnano obiettivi, consolidano il patto sociale, indicano spazi e metodi per conoscere e rappresentare la realtà, per far convivere le diversità e trasformarle in valore, per orientare e organizzare il conflitto. Disegnano una cornice e un metodo istituzionale. Ma è la pratica civile, sociale e politica quotidiana a dare loro vita, riconoscimento e credibilità; è essa che costruisce fiducia.
Disuguaglianze, povertà, marginalità, sofferenza, fatica di vivere, fratture sociali e generazionali, invece, minano la democrazia e la mettono in discussione. E in un tempo come il nostro non ce n'è davvero bisogno.
Per questo il sistema dei servizi sociali diventa fondamento, cuore della tenuta e della manutenzione della democrazia.
Ieri Cristiano Gori ha parlato di due sfide per il sistema dei servizi sociali e per il lavoro delle assistenti e degli assistenti sociali. La prima è la sfida del riconoscimento: il riconoscimento da parte delle istituzioni della Repubblica, della normativa e dell'opinione pubblica del valore, dell'importanza e della necessità del welfare nel nostro Paese.
Su questo, diceva, alcuni passi avanti sono stati fatti. Il tema ritorna ormai costantemente nel dibattito pubblico; qualche risorsa in più per il sociale si trova; qualcosa si muove.
La seconda è la sfida dell'attuazione. E qui qualche problema ce l'abbiamo. Questa sfida è ancora tutta aperta.
Pierciro Galeone, direttore di IFEL e della Fondazione per la Finanza Locale di ANCI Nazionale, ci ha proposto un confronto tra l'universalismo del diritto alla salute e il sistema dell'assistenza sociale. Per quanto il sistema sanitario abbia problemi evidenti, il principio resta che il diritto alla salute è un diritto universale. Nell'assistenza sociale, invece, non siamo ancora a questo punto. Si riconosce qualcosa qua e là, ma non siamo ancora riusciti a costruire un effettivo riconoscimento universale dei diritti sociali.
Per andare in questa direzione servono tre cose: risorse finanziarie, organizzazione, relazioni istituzionali e risorse umane e professionali.
Le risorse finanziarie sono indispensabili. I bisogni crescono e dobbiamo essere capaci di comprenderli e interpretarli. C'è un grande problema di sostenibilità della gestione dei servizi.
Solo sulle politiche per i minori ai Comuni manca almeno un miliardo. Ma dobbiamo anche fare un salto culturale: questa non è spesa, è investimento. Se investiamo lì, non solo facciamo vivere meglio le persone, ma costruiamo anche le condizioni per spendere meno domani. Se non lo capiamo, rischiamo di fallire questo appuntamento con il futuro.
Non è solo una questione di quantità. I fondi esistenti, come ricordava Galeone, sono frammentati in quattordici linee di finanziamento, spesso rigide, vincolate e caratterizzate da modalità differenti di gestione e rendicontazione. Abbiamo bisogno che questa verticalità delle risorse diventi, sui territori, orizzontalità delle risposte ai bisogni reali delle comunità.
Seconda questione: bonus o servizi? I bonus individuali possono servire a tamponare alcune difficoltà, ma restano strumenti esterni. Se si dispone di qualche euro in più ma manca il servizio che accompagna, sostiene e garantisce ciò di cui si ha bisogno, si fa fatica. Abbiamo bisogno di fare un salto anche su questo tema, così come sui LEPS, che non possono restare slogan o dichiarazioni di principio.
Serve organizzazione. Franca Maino ieri ha parlato di un'infrastruttura pubblica capace di garantire diritti e di un ecosistema composto da attori pubblici, privati e terzo settore. Un banco di prova per la capacità della regia pubblica di orientare, connettere e garantire i diritti.
Questo interroga il nostro modo, il vostro modo, di interpretare la professione. Interroga il modo di fare informazione. Interroga tutte le istituzioni sul tema della governance e sulla capacità di costruire una governance multilivello.
Interroga i Comuni sulla capacità amministrativa da costruire, sulle competenze da acquisire, sulla visione da avere e sulla volontà di collaborare, costruendo gestioni associate adeguate alla complessità delle sfide.
Penso anche all'integrazione sociosanitaria. Ci parla del ruolo degli ambiti sociali, di come vivono e di come li facciamo funzionare. Ci parla di una delle grandi intuizioni della Legge 328 del 2000.
Tutto questo ci parla della necessità di uno sforzo di riorganizzazione del nostro sistema delle autonomie.
Terza questione: le risorse umane e professionali. Qui rimando alle tante riflessioni approfondite ieri. Lascio alla presidente il tema posto da Cristiano Gori sull'equilibrio tra advocacy per la professione e advocacy per la collettività. Le due cose stanno insieme: si valorizza la professione se si conquista la capacità di essere determinanti per la collettività; e viceversa.
Ma questo vale anche per i Comuni. Quando ci si chiede che cosa faccia ANCI, la risposta non può essere: soltanto il sindacato dei Comuni. ANCI contribuisce all'organizzazione di una parte essenziale della vita pubblica e al buon andamento complessivo della Repubblica.
Ieri, ascoltando Gori parlare della professione e dell'intelligenza artificiale, mi è venuta in mente una battuta. Diceva che una delle cose positive è che le assistenti e gli assistenti sociali non sono sostituibili dall'intelligenza artificiale. Anzi, c'è bisogno di nuove persone che scelgano questa professione.
Mi è tornato alla mente un vecchio slogan della Marina: "Vieni con noi e girerai il mondo". Ecco, forse oggi potremmo dire: "Vieni con noi e cambieremo il mondo". Perché questa è davvero una delle cose che siamo chiamati a fare.
L'altra cosa che mi ha colpito ieri è stato il continuo richiamo alla cura. I servizi sociali e il loro sistema sono fatti per prendersi cura delle persone e della loro dimensione collettiva.
Tra le tante cose che mi sono annotato, una in particolare mi è rimasta impressa: siamo tutti dipendenti dalle cure degli altri.
Ecco, occorre che tutte e tutti, ciascuno per la propria parte e per il proprio ruolo, ci prendiamo cura di questo Paese, della sua gente e della sua democrazia.
Per me non finisce qui. E non vogliamo che finisca qui. Vorrei che questo diventasse un appuntamento ricorrente tra l'Ordine professionale, gli operatori, il mondo della ricerca, l'università e le istituzioni, per continuare a discutere di welfare.
Perché, come nel 1946, continuiamo ostinatamente a credere che l'utopia di oggi possa diventare il diritto di domani.
Grazie.
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