da tremezzo al futuro
Pierciro Galeone, Direttore della Fondazione IFEL, nel corso del convegno “Da Tremezzo al futuro” ha proposto un'analisi della spesa per il Welfare abbracciando un periodo lungo dagli anni Sessanta a oggi, “per vedere quello che è successo dopo le promesse, le utopie anche dell'incontro che ci fu a Tremezzo" (diretta streaming)..
“La storia del welfare italiano, pur con le sue debolezze, è la storia di un successo. È la storia di un successo perché l'Italia di quegli anni cercava in qualche modo di raggiungere l'obiettivo che in fondo era l'origine dell'unificazione italiana, diventare un grande Paese dal punto di vista industriale, della capacità produttiva, ma anche diventare un paese che avesse gli stessi livelli di civiltà, anche nei servizi, dei paesi che allora erano per noi punti di riferimento, in particolare la Francia e l'Inghilterra. Questo tentativo dal punto di vista sia produttivo, che dello statuto di cittadinanza non riesce all'Italia liberale, non riesce all'Italia caratterizzata da una dittatura fascista, ma questo obiettivo di entrare a far parte, di convergere verso la situazione dei paesi più avanzati riesce all'Italia repubblicana. E ci riesce non solo dal punto di vista economico, ma ci riesce anche dal punto di vista del welfare”.
Il direttore di IFEL ha considerato come “l'Italia ha complessivamente una spesa in percentuale al PIL leggermente superiore a quella della media dell'Unione Europea, con delle caratteristiche sue peculiari anche nell'evoluzione, e cioè un forte peso della parte previdenziale, 18.6 punti sul PIL. La sanità è sotto la media dell'Unione Europea, ma la cosa che salta gli occhi è veramente il basso peso dell'assistenza. L'assistenza è al 3,8 quando la media europea è a 5,7. Quindi questa è la storia del successo. Convergiamo con gli altri paesi dell'Unione Europea in un'area come quella dell'Unione Europea, una sorta di esperimento sociale, perché queste percentuali di spesa sul PIL destinate al welfare esistono solo in Europa. Siamo in qualche modo un esperimento sociale anche a livello globale per quanto riguarda la destinazione di spesa di sanità, assistenza e previdenza” evidenziando per ciascuno di questi pilastri il fondamento costituzionale”.
Ma mentre per la sanità abbiamo un sistema universalistico che, come osserva Galeone, “garantisce tutte le prestazioni in ogni parte dell'Italia a tutti, l'assistenza sociale non ha queste caratteristiche soprattutto di impianto istituzionale e finanziare, quindi che eroga qualcosa a qualcuno, con differenze territoriali molto marcate”.
Continuando, il direttore Ifel ha considerato che “la spesa dei comuni per il welfare è molto differenziata, e i dati ci spiegano perché siamo ancora lontani da un servizio universale. I dati sono migliorati, nel senso che abbiamo avuto negli ultimi anni una convergenza della spesa pro capite dei comuni, soprattutto di Calabria, Campania e Basilicata, rimangono però sempre sotto la media nazionale. Ma cosa fanno i comuni, come usano la spesa per il welfare? Al primo posto con il 32% ci sono gli interventi per famiglie e minori, il 28% per disabili e 14% per anziani. Le dinamiche di spesa, in questo momento, stanno salendo soprattutto per la parte di famiglie minori e disabili, mentre quella per anziani negli ultimi anni si è stabilizzata. Forse, in questo momento sono le voci di bilancio che hanno una maggiore protezione e anche una copertura soprattutto per la parte delle entrate comunali. Il problema non è solamente finanziario, è vero che sono aumentati i trasferimenti negli ultimi anni, ma tenete conto che questi trasferimenti che coprono, dovrebbero coprire il 60% del costo a livello nazionale, che poi con differenze molto forti da comuni a comuni, in realtà avvengono attraverso ben 14 fondi nazionali, ognuno con destinazione vincolata, ognuno con modalità di impiego, rendicontazione e utilizzo diversi, che significa che per la parte comunale dal punto di vista finanziario il welfare è il sistema più complesso e per essere gestito bisogna quindi comporre non solo i trasferimenti con le entrate proprie, ma anche riuscire a comporre questi ben 14 fondi, mentre un sistema come quello sanitario nazionale è garantito da un unico fondo, una distribuzione pro capite a livello regionale, con delle correzioni a base anche delle caratteristiche demografiche”.
Concludendo, Galeone ha considerato che “ora, questa cosa dal punto di vista normativo sta cambiando, e questo è il tema dei LEPS. In alcuni sistemi, dal punto di vista normativo, quello sanitario e quello sociale potenzialmente convergono perché per la prima volta i LEPS in qualche modo mutano l'impianto del welfare italiano, perché vanno verso i livelli essenziali di prestazioni che quindi producono i diritti esigibili. Ma questo mutamento, tuttavia, dal punto di vista finanziario non è garantito da un impianto adeguato. Se si mette in campo un sistema che tende, almeno per alcune prestazioni, verso un impianto universalistico, non si può continuare a mantenere un meccanismo di finanziamento frammentato e incompleto. Questo è un punto importantissimo. Perché significa dare ai cittadini l'illusione che anche nel campo sociale come quello sanitario si è passati, almeno per alcune prestazioni, ad un impianto universalistico senza aver costruito invece un sistema di finanziamento e di assicurazione di questi livelli che sia adeguato a mantenere la promessa”.
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