da tremezzo al futuro
TEMI: WELFARE
Quali sono i bisogni di oggi e quale sistema, quale professionalità mettere in campo per costruire risposte concrete. Sono questi i temi posti dal Presidente di ANCI Lombardia Mauro Guerra, in apertura dei lavori del convegno “Da Tremezzo al Futiro, 80 anni di Repubblica, e di welfare tra diritti, politiche e territorio” (diretta streaming), che si tenuto venerdì 30 ottobre a Tremezzo, presso il Grand Hotel, che nel 1946 ospitò il convegno internazionale che pose le basi del welfare moderno e delle politiche sociali. “Oggi – ha spiegato Guerra - dobbiamo capire come il sistema articolato delle responsabilità dell'esercizio può essere interpretato, come può essere costruito e qual è l'organizzazione, quali professionalità, qual è il modo di far crescere e di impiegare le professionalità dentro questa ipotesi di sistema di riorganizzazione delle cose e quali risorse provare a mettere in campo per rispondere alle esigenze dell'oggi”. E rifacendosi all’eredità del convegno del ’46 e alla lungimiranza degli studiosi ha espresso la necessità di “tenere alta la tensione utopica perché questo ci può consentire di affrontare meglio la concretezza del presente”.
Nel suo intervento, Guerra ha ringraziato il segretario di ANCI Lombardia, Rinaldo Mario Redaelli, Anna Meraviglia, la coordinatrice del dipartimento welfare di ANCI Lombardia “e tutti coloro che hanno lavorato all’organizzazione di questo appuntamento. Un grazie di cuore naturalmente al Consiglio Regionale dell'Ordine degli Assistenti Sociali, al Consiglio Nazionale per aver condiviso con noi questa avventura, che non vuole essere un momento celebrativo di ricordo, ma vuole provare a ripartire da quello che Tremezzo di quel convegno del 46 ha significato, per fare i conti con un presente che stiamo vivendo e per ragionare insieme su qual è la prospettiva che ci attende. Un grazie va al Grand Hotel per averci ospitato.
Ottant’anni anni fa, qui, dopo l'esito del referendum di giugno con il quale nasce la Repubblica nel mese di ottobre, qui l’UNRRA l'associazione delle Nazioni unite per il soccorso e la riabilitazione delle capacità della vita dei paesi che erano usciti stremati dalla guerra, insieme al Ministero dell'assistenza postbellica mettono in conto di fare il punto per capire come si esce dalle macerie dalle rovine guerra e si prova a immaginare quale può essere un futuro diverso.
Si pensa di farlo prima a Milano, non ho trovato francamente le ragioni vere per cui poi alla fine si arriva a Tremezzo, al Grand Hotel. Ho provato a immaginare che anche questo sia stato un po' un segno di rottura rispetto al passato della dittatura, della guerra perché negli ultimi anni della guerra sul lago di Como, qui in Tremezzina furono spostati alcuni dei ministeri importanti della Repubblica di Salò.
Per cui ho immaginato che ci fosse anche un segno nel partire da questi luoghi per rilanciare la nuova fase della vita di questo Paese, qui si concluse anche la fase del regime fascista con la fucilazione di Mussolini a Mezzegra.
Ma il tema era quello di come si ripartiva, il tema scelto dello stato dell'assistenza in un mondo in evoluzione, un mondo che allora sembrava andare dalla guerra, dal momento del conflitto aspro alla pace, dal conflitto alla costruzione di unità di cooperazione internazionale, di occasioni per rifare un pezzo del mondo.
Oggi per molti aspetti sembra di andare in una direzione contraria e in più l'evoluzione di oggi ha caratteristiche di una velocità straordinaria entro la quale può non essere semplice trovare il filo della matassa da tirare.
Allora fu una cosa straordinaria, tre settimane di lavoro. Per tre settimane, esperti, politici, rappresentanti delle istituzioni non solo italiane, europee e internazionali, si confrontarono qui. 55 relazioni, 33 raccomandazioni, figure delle diverse culture politiche che poi avevano animato la resistenza e la liberazione, una grande occasione di confronto che si misurò esattamente sul tema di come si ricostruisce un tessuto di coesione sociale e di garanzie di diritti da conservare e da costruire.
Allora abbiamo pensato che proprio questo potesse essere il filo del ragionamento che vogliamo provare a fare in questi due giorni, riportando le riflessioni di allora dentro la realtà che sta mutando rapidamente. A partire da una convinzione che c'era dentro il lavoro dell'epoca, se si dovesse passare dal regime dell'assistenza, dell'attenzione verso i disagiati, all'idea dei diritti, dell'affermazione di diritti sociali, di diritti di cittadinanza che fossero indispensabili da garantire, non soltanto per la tenuta del tessuto sociale ma che fossero anche indispensabili da garantire per costruire una democrazia che non fosse solo una somma di regole formate.
Io credo che quel tema sia ancora aperto, in termini naturalmente molto diversi, ma forse una delle sfide più grandi che abbiamo di fronte è quella di come recuperiamo condizioni che mettano in discussione l'esplodere delle disuguaglianze, delle condizioni di marginalità, recuperino elementi di inclusione, di tenuta del tessuto sociale anche come condizione non soltanto della qualità della vita delle nostre comunità e dei cittadini, ma anche di una condizione per tenere una democrazia e un sistema di sistemi democratici che oggi soffrono e rischiano seriamente non solo in Italia. Perché la coesione sociale e il welfare non siano soltanto una delle infrastrutture indispensabili per la tenuta di un sistema democratico, ma siano anche essenziali per uno sviluppo sostenibile, per costruire le condizioni di uno sviluppo.
Oggi avremo molte occasioni di ragionare su molti aspetti. Tra il 1946 e il 2026 abbiamo avuto il 2000 con la legge 328, la riforma del sistema sociale del nostro Paese superando un sistema che era ancora regolato dalla legge Crispi del 1890, quindi l'affermazione appunto dell'assistenza come diritto di cittadinanza, la necessità di individuare un tema quanto mai attuale, i livelli essenziali delle prestazioni sociali, l'idea della costruzione degli Ambiti territoriali dei Piani di zona, come risposta al tentativo di costruire condizioni diffuse di crescita condivisa della cittadinanza sociale.
A che punto siamo? Quali sono le questioni aperte? Cito oggi solo un dato per quello che riguarda la condizione dei comuni che hanno in capo tanta parte insomma della responsabilità. I fabbisogni sociali che oggi vengono riconosciuti ai comuni valgono circa poco meno di 5 miliardi di euro, la spesa sociale effettivamente supera i 9 miliardi di euro. Vi sono emergenze che facciamo molta fatica a controllare non soltanto dal punto di vista finanziario. Allora c’è la capacità di garantire i diritti, penso a tutta la partita dei minori, dei minori stranieri non accompagnati, minori affidati dai tribunali dall'autorità giudiziaria, necessità di assistenza speciale alla comunicazione e a sostegno nelle scuole.
Non è soltanto una questione finanziaria, abbiamo un tema che riguarda le risorse umane e professionali che dobbiamo ritornare a reperire, costruire, inventare per fronteggiare questa situazione.
Ma naturalmente non possiamo non leggere dietro questi dati anche condizioni di disagio e di difficoltà sociale complessiva per la quale dobbiamo provare a costruire un modo per interpretarla, per capirla e costruire delle risposte.
Solo per l'assistenza agli alunni con una disabilità i Comuni spendono 900 milioni all'anno, dallo stato e dalla regione ne arrivano 300. Per quello che riguarda gli affitti giudiziari nel ‘27 andremo a 100 milioni mentre la spesa è di 530 milioni, ma ripeto c'è un tema finanziario, c'è un tema di garantire l'assistenza.
La cosa da evitare è che si faccia finta di intervenire fissando formalmente dei LEPS senza costruire le condizioni perché questi LEPS vengano garantiti effettivamente. E questo è un pericolo di oggi estremamente presente. Per quello che riguarda la realtà dei Comuni si tratta di costruire le condizioni per arrivarci.
Quali sono i bisogni dell'oggi per i quali costruire risposte importanti? Oggi dobbiamo capire come il sistema articolato delle responsabilità dell'esercizio può essere interpretato, come può essere costruito e qual è l'organizzazione, quali professionalità, qual è il modo di far crescere e di impiegare le professionalità dentro questa ipotesi di sistema di riorganizzazione delle cose e quali risorse provare a mettere in campo per rispondere alle esigenze dell'oggi.
Finisco con una citazione di Emilio Sereni, l’allora Ministro dell'assistenza post bellica, disse una frase, “l'utopia di oggi sarà la politica di domani”. Non ci siamo riusciti perfettamente, ma possiamo ritentare questa cosa e forse oggi più che mai, pur nelle difficoltà nel presente, riuscire a guardare lontano perché se ci si schiaccia sul presente si fa fatica a capire quali sono le tendenze, le dinamiche profonde sulle quali occorre intervenire.
L'augurio è quello di tenere alta la tensione utopica perché questo ci può consentire di affrontare meglio la concretezza del presente. Spero che questa non sarà l'ultima delle conferenze a Tremezzo, dovremo darci un metodo per andare avanti con il lavoro prezioso, e ringrazio davvero tutte le persone che hanno lavorato alla costruzione di questa opportunità, trovare il modo per strutturarlo e renderlo permanente e organizzato in modo che possa dare un contributo a un lavoro complicato ma straordinario che abbiamo davanti tutti e tutti assieme”.
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